“A J.S. Bach” di Don Salvatore Palumbo

Il poeta e critico letterario Giuseppe Rotoli, in una sezione di un testo monografico, dedicato a Don Salvatore( Pignataro Maggiore, 5-12-1915- Roma, 27/4/1974) nell’anno 2001, oltre ad analizzare in maniera stilistica tutte le otto poesie della raccolta “Campanule”, scriveva un’introduzione alla poetica di Don Salvatore Palumbo, la quale si mostra decisamente più ricca. Infatti Don Salvatore Palumbo scrisse altre composizioni poetiche, comprese quelle giovanili.

La composizione poetica dedicata a J.S. Bach costituisce “un posto speciale” nella raccolta “ Campanule” di Don Salvatore Palumbo, in quanto nella produzione musicale di Don Salvatore Palumbo risulta chiara l’influenza musicale della grande personalità di Johann Sebastian Bach:

“ Se mai nessuno me l’avesse detto/ che esiste un altro mondo, esiste Dio,/ l’avrei scoperto dietro quelle voci/ dell’organo che prega e geme e canta”.

Quello che avviene in me non so dire/ scompare tutto ciò che mi circonda/ e avvolto in dolce spire sono rapito/ in una rota( di celeste coro?).

Tu m’inebri di Dio, tu m’inabissi/ in un mare di fede e di speranza/ e, passando alle cose d’ogni giorno/ la nostalgia mi punge d’un ritorno./

Molto semplice ed immeditato si rivela in tale poesia il contenuto letterale, con l’io narrante che, nella musica di Bach, trova l’ulteriore prova dell’esistenza di Dio: “ Se mai nessuno me l’avesse detto/ che esiste un altro mondo, esiste Dio,/ l’avrei scoperto dietro quelle voci/ dell’organo che prega e geme e canta”.

Quindi ciò che colpisce nella prima quartina è quell’”organo che prega e geme e canta”, come un essere umano. Nel prosieguo vi è una strofa dai ripetuti echi danteschi del Dante del Canto finale della Divina Commedia, allorché il poeta si mostra incapace di descrivere l’estasi mistica della sua visione del Paradiso: “Quello che avviene in me non so dire/ scompare tutto ciò che mi circonda/ e avvolto in dolce spire sono rapito/ in una rota( di celeste coro?)”.

Anche la terza quartina è un mirabile riferimento dantesco, rivisitato con la nostalgia dell’allontanamento da Dio, vissuto nell’esperienza dell’arte.

Ovviamente- rimarca Giuseppe Rotoli, nella parte finale della sua analisi stilistica- l’intento del poeta è quello di tramettere a vari livelli, coscienti, inconsci, inconsapevoli, oggi diremmo sublimali, l’esperienza poetica della grandezza di Bach, della sua musica, della sua divina potenza.