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Don Salvatore Palumbo e il “Natale triste” di un “ Angelo”

“Natale triste” è la seconda composizione poetica di Don Salvatore Palumbo ( Pignataro Maggiore,5/12/1915- Roma, 27/04/1974)   facente parte della raccolta “ Campanule”. Fu scritta nel  dicembre 1949 in cui tanti paesi come Pignataro Maggiore nel dopoguerra riprendevano gradualmente una vita normale. La sensibilità per gli evidenti disagi  sociali dei bambini molto poveri della sua comunità, in occasione del Santo Natale, da parte  di colui che fu l’Arciprete di Pignataro Maggiore, ma anche storico, musicista e poeta, rinunciando anche a incarichi importanti per svolgere il suo ministero sacerdotale vicino ai suoi amati concittadini, emerge con  spontaneità disarmante in tale lirica.

E’ stato Giuseppe Rotoli ad analizzare in termini stilistici completi tale poesia, e il suo primo interrogativo, di cui fa partecipe il lettore, concerne  l’identità di quel bambino, quell’”Angelo”, che, “accoccolato accanto al fratellino” si guarda intorno smarrito mentre intorno a lui si fa festa per il Natale. Vi è, infatti, un’ambivalenza semantica del nome con cui inizia la poesia: “ Angelo, che facevi quella sera/ accoccolato accanto al fratellino/ sotto quell’uscio non tuo, mentre ogni via/ rintronante di canti e di petardi/ gridava fino alle stelle ch’era Natale?/ No! Non per voi! Il tenue raggio lunare/ m’ha rivelato il tuo occhio triste e smarrito.”

Quindi la poesia inizia con un appello ad Angelo, che potrebbe essere il nome proprio di una persona, o per traslazione metonimica un nome che sta a rappresentare l’intera categoria dei bambini poveri. Secondo Giuseppe Rotoli, “ è molto probabile che l’Angelo della poesia sia un bambino di allora in carne ed ossa, orfano e molto caro a don Salvatore”. I primi cinque versi sono, dunque, una buon riuscita contrapposizione poetica in cui l’immagine della solitudine e della povertà è contrapposta alla gioia altrui. Efficaci risultano dal punto di vista stilistico i due punti esclamativi “No! Non per voi!” in rapida successione. Tale realtà di esclusione è resa  come un colpo d’ascia nei versi seguenti: “ La mamma pose a tavola un tozzo di pane?/ La sorellina s’addormentò piangendo/ e sogna quella bambola che non ha. Non è Natale per chi il babbo non ha.” 

Nel prosieguo finiscono le noti dolenti ed emerge la speranza della carica rigeneratrice della fede, che apre un varco per sconfiggere una sorta di nichilismo esistenziale comunicato nei versi precedenti: “Fanciulli tristi che mi stringete il cuore,/la mia preghiera trova un cantuccio per voi,/ là sul Presepe tra l’asinello e il bue.” Brilla un sorriso, sento nel cuore una voce: “ Anche per voi un giorno nacqui a Betlemme”./ Questo è l’inverno che spoglia e raggela ogni campo,/ A primavera ogni albero fiorirà./

Quindi la poesia termina con una certezza di riscatto in quel clima di grande incertezza che rappresentava il dopoguerra per tante famiglie. Poesia iniziale di versi colmi di dolore, di occhi tristi e smarriti, di pianto e di privazione si caratterizza con un buio dell’inverno che cede il posto alla primavera della rinascita in senso culturale e come verità di fede. “ Se pensiamo che il XX secolo era iniziato con un’affermazione del tutto opposta sul valore e sul significato della primavera, intesa come stagione  di dolore e di sofferenza (T.S Eliot nella Terra desolata), allora ci accorgiamo dell’enorme differenza mentale e spirituale del Nostro” rileva infine Giuseppe Rotoli.

Bibliografia:

Giuseppe Rotoli- Don Salvatore Palumbo “poeta” in L’ Arciprete Don Salvatore Palumbo, musicista, poeta e storico”- Pignataro Maggiore, 2001

GIUSEPPE ROTOLI