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Giovanni Bovio e la resistenza di Altamura nel 1799

La strenua resistenza dei cittadini di Altamura per difendere la Repubblica, instaurata nel 1799, si dovette piegare alla ferocia dell’armata reazionaria e monarchica del cardinale Fabrizio Dionigi Ruffo. Lo storico Lorenzo Predome nella sua monografia “ Altamura Leonessa di Puglia” ricorda il generoso contributo degli altamurani nella lotta per la libertà e la coraggiosa resistenza contro l’armata di Ruffo, le cui atrocità descrive in questi termini: “ pettoruto e trionfante entrò il Ruffo in Altamura soffermandosi dapprima nel Monastero, detto delle Monache grandi, ove erano ricoverate signorine e ragazzi delle più nobili famiglie della città per educarsi. Suo primo ordine fu di concedere tre giorni ai suoi scherani, di saccheggiare la città e di punire quanti avevano fatto resistenza e quanti avevano partecipato alla Municipalità e alla cerimonia dell’Albero della libertà”.
Fu Giovanni Bovio, in occasione delle celebrazioni del centenario della Repubblica Napoletana del 1799 ad Altamura, a tenere un memorabile discorso in occasione dell’ inaugurazione del monumento di Arnaldo Zocchi in Piazza Duomo. Altamura era stata la” Leonessa di Puglia “ per la difesa della Repubblica instaurata l’8 febbraio 1799, giorno dell’innalzamento dell’albero della libertà.
I cittadini di Altamura credevano a quelle parole che erano state l’espressione sincera del loro canto intorno all’albero tenendosi per mano, in un grande girotondo:

Già si è piantato l’albero,
Si abbassano i tiranni,
E dai supremi scanni
Scende la nobiltà.
I titoli fra noi
Più non saranno tali;
Saremo tutti uguali;
Viva la libertà.

La resistenza di Altamura alla restaurazione del cardinale Ruffo significò pagare duramente in termini di vite umane, ma essa divenne il simbolo del sacrificio di una comunità in nome dei principi di libertà e uguaglianza.
Giovanni Bovio, filosofo, giurista, politico, letterato, i cui familiari erano originari di Altamura, tenne un discorso che è da annoverare tra i più appassionati per rimarcare i concetti di libertà e democrazia repubblicana di cui Altamura era stata degna interprete.
Giovanni Bovio ebbe a sottolineare come l’ideologia connessa al concetto di libertà fosse stata sempre viva tra i cittadini di Altamura che in tale nobile parola si ritrovavano tramite “ un accordo mirabile ed unico tra dotti, nobili e plebei”. Il popolo era stato da parte dei dotti e dei nobili durante la Repubblica, difendendola strenuamente perché quei nobili e dotti di Altamura “ erano creduti”, avevano dimostrato di essere “ pronti a far sacrificio delle loro persone per il trionfo delle loro idee, pronti a sacrificare le loro ricchezze, i loro titoli e le loro famiglie”.
Bovio ravvisava primariamente nell’origine stessa di Altamura lo spirito antifeudale e antiguelfo che aveva acceso gli animi dei cittadini di Altamura:
“Non che ad ora ad ora non avesse anch’essa sentito e saggiato il gioco feudale, ma secondo la sua origine scuotendolo, dimostrò che il solco baronale non fu mai profondo tra i cittadini, i quali, sin dalle origini, portavano nel sangue l’ideologismo”.
Pertanto Altamura era pronta a far propri i nuovi concetti di libertà e uguaglianza repubblicana della Repubblica Napoletana del 1799 e non necessitava che essi fossero “ importati” dai francesi, dato che la città aveva vissuto un fermento di idee grazie anche ad un Ateneo ove tale nuovo sapere aveva trovato terreno fertile.
Vi era un’unità fra uomini colti, nobili e popolo che Giovanni Bovio esplicitò in tal modo:
“la plebe conosceva di più i promotori , si sentiva in loro, viveva in loro, aveva fede nella loro parola, nella loro vita , nei loro costumi; ed eccovi spiegato quell’accordo mirabile tra dotti, nobili e plebei”.
Al termine del suo discorso Giovanni Bovio espresse il proprio sentito rammarico, in quanto vi era chi aveva inteso denigrare i nobili principi di libertà, uguaglianza repubblicana, prendendo le difese della reazione filoborbonica e celebrando le lodi del cardinale Ruffo:
“ Eppure ha trovato chi l’ha difeso, perché da tempo cresce una scuola che si incarica di riabilitare i grossi bricconi[…]; arte questa non di critici ma di causidici, ingegni unilaterali che cominciando questa difesa man mano degradando verso il cinismo dove ogni cosa, diritto e dovere, delitto ed eroismo, virtù e delitto perde il suo contorno[…] Ma il giudizio della storia che è il tribunale del mondo non può essere questo. Essa afferra sette, partiti, sovrani, istituzioni ed individui e li giudica serenamente e veramente”.
A tal riguardo, per noi molto illuminante si rivela la netta posizione di Mons. Mario Paciello, vescovo di Altamura dal 1997 al 2013, in un articolo del 28 febbraio 1999 pubblicato sul quotidiano “Avvenire”, riguardo al giudizio storico sul cardinale della reazione Fabrizio Dionigi Ruffo. In tale occasione Mons. Paciello ebbe a scrivere testualmente che “ la chiesa ha pagato un pesante tributo di umiliazioni e di sangue per mano di soldataglie, avanzi di galera, racimolati da un condottiero che di ecclesiastico aveva solo un titolo e delle prebende acquistati non certo per santità di vita. […]Il saccheggio di Altamura non li perpetrò un “ cardinale di Santa Romana Chiesa, a nome della Chiesa, ma un personaggio venduto alla causa dei Borboni, per restituire al Regno di Napoli, città e terre in cui spirava il vento delle libertà repubblicane. Egli non poteva dare assoluzioni sia perché non era prete, sia perché i delitti non si perdonano mai prima di commetterli, sia perché i suoi banditi non erano penitenti assetati di conversione”
Mons. Paciello si è reso, a nostro parere, buon testimone della verità storica.

Bibliografia:
Lorenzo Predome- Altamura Leonessa di Puglia -1960
Mons. Mario Paciello- Le vittime non chiedono perdono : lo danno- Avvenire 28 febbraio 1999