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I fratelli Bentivegna nel Risorgimento italiano

FRANCESCO BENTIVEGNA

La famiglia Bentivegna apparteneva ad un ceto alto borghese imparentato con la nobiltà ed era proprietaria di vaste tenute che da Corleone si estendevano fino ai confini di Mezzojuso e verso Palermo, toccando l’agro monrealese, dove possedeva altri cospicui beni. Eppure, nonostante la loro elevata posizione sociale, almeno tre dei quattro figli maschi della Marchesa Teresa Cordova della Giostra e di don Giliberto Bentivegna (Francesco, Filippo, Stefano e Giuseppe) si distingueranno sempre per il loro forte legame con la povera gente del mondo rurale, dei quali si erigeranno a paladini fino al punto da rendere  i moti risorgimentali per la libertà e la liberazione dall’oppressione borbonica anche un’occasione di lotta per la conquista della terra e la sopravvivenza dei contadini delle campagne. Se i due figli maggiori di Don Gilberto Bentivegna (Francesco e Filippo) furono uccisi in circostanze diverse dall’oppressore borbonico, i due sopravvissuti (Giuseppe e Stefano) ne continuarono in qualche modo degnamente l’opera. Stefano divenne maggiore dei Cacciatori dell’Etna, e contribuì alla lotta di liberazione della Sicilia, dalla battaglia di Milazzo fino alla caduta della cittadella di Messina. Nel 1862, quando Garibaldi tornò in Sicilia per completare il processo di unificazione dello Stivale al grido di “Roma o morte!”, si rivolse al popolo corleonese da un balcone del palazzo Bentivegna e volle, in tale importante occasione, avere  accanto donna Teresa Cordova e suoi due giovani figli. Nel 1862 Giuseppe fece parte dello Stato Maggiore che seguì il Garibaldi fino all’Aspromonte, Stefano rimase in Sicilia, ma non certo inoperoso. Al contrario, si adoperò  per non far mancare il supporto logistico agli altri garibaldini.

 Francesco, Filippo, Stefano e Giuseppe Bentivegna si distinsero ognuno con le proprie specificità all’interno di un quadro storico ben preciso, sempre inseguendo gli ideali di libertà e di giustizia sociale. Pur essendo i figli dell’uomo più ricco di Corleone e della nobildonna più riverita del paese, non smisero per un attimo di battersi e lottare nell’interesse dei più deboli, sacrificando tutte le loro risorse economiche e fisiche, affinché il sogno utopico della libertà e della giustizia sociale si potesse realizzare con la nascita di una Repubblica democratica, in cui i privilegi dei nobili e dell’alta borghesia lasciassero il posto ai diritti e alla libertà di tutti gli esseri umani senza nessuna discriminazione di genere o di classe. Repubblicani convinti, i fratelli Bentivegna erano, insomma, forti e fieri assertori di quei diritti che venivano costantemente negati alle fasce sociali più basse.

 Francesco Bentivegna, il più rinomato martire risorgimentale, era nato a Corleone il 4 marzo 1820.  Primogenito della coppia, si dimostrò fin da piccolo una personalità forte e decisa, sempre disponibile ad aiutare chi era meno fortunato di lui. Fu educato da professori che gli impartirono l’istruzione più completa che si potesse pretendere a quei tempi, in casa, visto che smise di frequentare il “Real convitto Ferdinando” a tredici anni, perché non voleva stare a Palermo, ma preferiva vivere a Corleone. Furono perciò determinanti nella sua formazione politica, culturale e umana,  le informazioni politiche e i principi liberali che gli vennero trasmessi dai suoi insegnanti, che a loro volta si erano formati alla scuola della più lungimirante Carboneria siciliana, da sempre attenta alle questioni sociali. Uno di questi maestri, che fecero di Francesco un repubblicano convinto, fu il medico filosofo Felice Favarolo, che nel 1848, allorché  Francesco si batterà a Palermo contro le truppe borboniche, lo sosterrà anche politicamente in qualità di presidente del Comitato civico per il sostegno alle guerriglie.  A formare il carattere e il pensiero politico di Francesco, come  anche dei fratelli Giuseppe e Stefano, furono, oltre ai docenti, ai genitori,  le disavventure dello sfortunato fratello Filippo, che fu perseguitato dal regime borbonico fino alla fine dei suoi giorni, in quanto  tale giovane generoso s’era fatto la fama di “ragazzo fiero discolo”,  decisamente non incline a subire ogni sorta di tirannia. I suoi più accaniti persecutori furono i gabelloti (cioè gli affittuari dei feudi), che non avendo potere nelle terre dei Bentivegna (gestite direttamente dalla famiglia), vedevano in Filippo chi si opponeva ai soprusi  e alle prepotenze dei signorotti. L’innata ostinazione a non cedere ai ricatti costrinse Filippo,  appena diciassettenne, a battersi a duello con un gabelloto, dal quale fu ferito ad un braccio da un colpo di fucile, con la conseguenza che  gli si dovette  amputare tale arto. Tale vicenda  che sarà determinante nella vita di tutta la famiglia, tanto più che la mutilazione non segnò la fine dei guai del “ragazzo fiero e discolo”, ma  aprì  un varco ad altre gravi persecuzioni di cui lo fecero oggetto i gabelloti, che in combutta con il sottintendente abruzzese Di Giorgio, cominciarono ad accusarlo dei delitti più atroci, con il cinico proposito di farlo fucilare come malfattore o assassinare da un qualsiasi sicario prezzolato o da un losco cacciatore di taglie,  uomini  che allora abbondavano in Sicilia, a causa alle liste di fuoribando  preparate dagli Intendenti  delle province, ai sensi di un famigerato decreto borbonico noto come “decreto delle teste”. Quindi, in una di queste liste corse il rischio di essere iscritto  Filippo Bentivegna, reo di non essersi piegato ai voleri dei gabelloti. Sottoposto a giudizio davanti alla Gran Corte di Messina, il 28 agosto 1844 il giovane mutilato fu assolto. Tuttavia, il sottintendente abruzzese, amico dei gabelloti, non lo fece tornare a Corleone, assegnandogli   il domicilio forzato a Palermo. Così Filippo non poté riabbracciare i familiari nemmeno il 27 agosto 1847, quando morì  don Giliberto, l’anziano padre, che per amore del secondogenito si era persino piegato a concedere in gabella il feudo Mendola, tra Mezzojuso e Campofelice di Fitalia, già gestito a conto proprio. 

Subito dopo i funerali del padre, accingendosi a prendere le redini dell’immenso patrimonio dei Bentivegna, Francesco riunì i fratelli Giuseppe e Stefano alla presenza della madre e non perse tempo ad esporre loro le linee programmatiche del loro futuro impegno patriottico con tali parole “Fratelli – esordì con tutta la rabbia che aveva in corpo –, la Patria si prepara a scuotere dal suo collo, purtroppo marcio e incancrenito, l’odioso giogo borbonico. Con i nostri beni, col nostro sangue, noi la redimeremo, la purgheremo dal servaggio e dall’onta dell’esoso tiranno. Me lo consentite voi?”. Incoraggiato dalla risposta dei fratelli e dalla benedizione materna, ancora prima che scoppiasse la rivoluzione del 12 gennaio 1848, Francesco organizzò a sue spese una numerosa guerriglia alla quale si unirono i fratelli Giuseppe e Filippo. Questi, benché mutilato, si dimostrò un ottimo tiratore di fucile e si coprì di tanta gloria da esser presto chiamato da tutti i comitati comunali del Corleonese ad assumere l’ambito ruolo di capitano d’arme del distretto. Per di più, affiancò per qualche tempo il presidente del Comitato civico corleonese, Felice Favaloro. Per parte sua, Francesco, tra gennaio e febbraio, si rese autore di tante azioni eroiche da guadagnarsi sul campo il grado di maggiore dell’esercito di Ruggero Settimo e, da vero nobiluomo quale era, accettò l’incarico ma non lo stipendio. Tornato a Corleone con la carica di comandante militare del distretto, sarà presto eletto deputato al Parlamento siciliano. In questa veste, il 13 aprile 1848 fu tra i primi a sottoscrivere l’atto di decadenza della monarchia borbonica. Come comandante militare del distretto di Corleone, Francesco, tra il 7 e il 9 maggio 1849, fu tra i pochi che opposero l’estrema resistenza sui monti della Conca d’oro alle armate borboniche del generale Carlo Filangeri, principe di Satriano.

 Dopo la rivoluzione del 1848, quando la Sicilia ritornò sotto il giogo borbonico con la restaurazione, né Francesco né Filippo accettarono di giurare fedeltà a Ferdinando II. Il risultato fu che Filippo finì in carcere senza nessuna vera imputazione e sottoposto alle più atroci torture, e tra queste anche la cosiddetta “cuffia del silenzio”. Il 21 luglio 1851 cessò di vivere all’Ucciardone, per effetto dei supplizi subiti oppure perché fucilato in seguito ad un suo tentativo insurrezionale. Il suo corpo, infatti,  non  fu mai restituito alla famiglia, e pertanto non  è da escludere che fu dato in pasto ai pesci. Per tutta risposta, gli altri tre fratelli, compreso Stefano che aveva poco più di diciassette anni, tentarono di assaltare il carcere dell’Ucciardone, ma il tentativo non riuscì. Giuseppe Bentivegna fu presto catturato e condotto nella cittadella di Messina e poi, l’11 settembre 1852, condannato ai lavori forzati a vita, che cominciò a scontare nelle Latomie di Siracusa. Suo cognato cav. Salvatore Notarbartolo dei duchi di Villarosa (marito di Maria Rosa Bentivegna) si dovette far radere la barba in ottemperanza ad una legge borbonica che considerava segno distintivo di cospirazione qualsiasi forma di peluria fatta crescere sul viso. Nel frattempo Francesco aveva raccolto anche a Villafrati  ( oltre che nei vari paesi che circondano il massiccio della Rocca Busambra) un folto numero di seguaci, alcuni dei quali furono condannati a morte e poi a diciotto anni di ferri  con la stessa sentenza del Consiglio di guerra pronunziata contro Stefano, anch’egli condannato alla pena capitale e poi a 18 anni di ferri. Fu  Stefano Scaccia (anche lui privo di un braccio), a fare da anello di congiunzione fra l’eroe corleonese e Giuseppe Mazzini. Grazie allo Scaccia, Francesco Bentivegna fu incaricato da Mazzini  (emigrato a Londra) di dare inizio ad un moto insurrezionale che dalla Sicilia e dalla Lombardia doveva estendersi a tutta l’Europa. Per contribuire al finanziamento di tale insurrezione, Francesco  aveva cominciato a svendere parte del patrimonio familiare. La stessa polizia sapeva che dall’inizio del 1852 a metà febbraio 1853 l’invitto cospiratore aveva venduto diversi cespiti e incassato 6.450 ducati, una cifra considerevole per l’epoca. Tuttavia, il tentativo insurrezionale fallì per una soffiata di una spia borbonica venduta che, camuffata da cospiratore, andò a riferire al capo della polizia i particolari di una riunione preparatoria tenuta il 21 febbraio 1853 da Francesco Bentivegna in una casa rurale della contrada palermitana “Santa Maria di Gesù”. La reazione del regime fu immediata. I repubblicani più in vista (Stefano Scaccia, Luigi La Porta, Pietro Tondù e Vittoriano Lentini) furono arrestati, caricati come bestie nella stiva di una nave e trasportati nel bagno penale della cittadella di Messina. Seguirono altri arresti a Messina, a Catania, a Marsala e in diversi comuni rurali del Palermitano. Lo stesso Francesco Bentivegna venne catturato la sera del 25 febbraio nella modesta abitazione di una tessitrice dell’Albergheria e fu una grande fortuna  se riuscì ad evitare la condanna a morte. Rimase però in carcere fino a tutto il mese di luglio 1856. Rientrato da eroe a Corleone agli inizi d’agosto, Francesco ritornò subito a cospirare assieme ad amici e parenti, primo dei quali suo fratello Stefano. Giuseppe invece resterà rinchiuso nelle Latomie di Siracusa fino al 22 ottobre 1860, quando sarà liberato in ottemperanza ad un decreto di Garibaldi. Per quanto comprensibilmente preoccupata, donna Teresa Cordova non riuscì o non volle impedire che Francesco si rimettesse nei guai rovinando anche Stefano.  La nobildonna era conscia che il suo amato figlio godeva dell’appoggio incondizionato di Giuseppe Mazzini, di Carlo Pisacane, di Rosalino Pilo, di Agostino Bertani, di Giuseppe Fanelli, di Agesilao Milano e di tutto il gruppo dirigente del Partito d’Azione che tesseva la trama della cospirazione in varie città della penisola italiana. La rivolta doveva cominciare contemporaneamente a Palermo e a Napoli il 1° dicembre, per estendersi a tutto lo Stivale. In seguito a  una serie d’imprevisti, i fratelli Bentivegna furono costretti a rifugiarsi a Mezzojuso dove, di concerto con gli uomini d’azione di altri paesi, la sera del 22 novembre 1856, sotto una pioggia incessante, diedero inizio al moto che fece insorgere i contadini di Mezzojuso, Campofelice di Fitalia, Villafrati e Ciminna, e a cui partecipare anche diversi uomini d’azione di Cefalà Diana, Ventimiglia, Caccamo e Corleone. Il 25 novembre l’insurrezione coinvolse  anche Cefalù, Gratteri, Campofelice Roccella e altri centri rurali delle Madonie. Il precipitoso movimento si concluse purtroppo nel peggiore dei modi. Francesco Bentivegna fu catturato febbricitante nelle campagne di Corleone. Suo fratello Stefano fu costretto a consegnarsi alla polizia l’indomani della cattura di suo fratello Francesco.

 Donna Teresa Cordova corse a Napoli per prostrarsi ai piedi del sovrano nel tentativo di evitare la condanna a morte ai due figli. Fu fatica sprecata: fu  inflitta a entrambi la pena capitale.  Se Stefano, dopo un anno di permanenza in carcere in attesa della fucilazione, riuscì a beneficiare della commutazione della pena a diciotto anni di ferri, Francesco fu passato per le armi (a distanza di ventiquattro ore dal processo-farsa) nella piazza di Mezzojuso, davanti alla casa della vedova del fratello Filippo. La grazia per Francesco Bentivegna arrivo 24 ore dopo la fucilazione.

 Il 14 febbraio 1857 a Cefalù fu fucilato anche Salvatore Spinuzza, capo indiscusso dei rivoltosi delle Madonie. Mentre  Giuseppe languiva nelle Latomie di Siracusa, Stefano e altri trentadue rivoltosi, avrebbero dovuto attendere  lo sbarco dei Mille  per la liberazione, immersi nella fossa di Favignana, con una grossa palla di ferro al piede, costretti ai lavori forzati e a tagliare tufo.  Dopo la liberazione dal carcere i figli sopravvissuti cominciarono a dividersi politicamente. Infatti,  Giuseppe continuò ad onorare la memoria del fratello Francesco, ma travisandone il pensiero, anche se continuò a dichiararsi repubblicano e garibaldino. Stefano cercò invano di ricostruire  l’immagine di Filippo, che volle onorare al punto di chiamare così il suo solo figlio maschio, e non già Giliberto, come avrebbero preferito gli altri Bentivegna. Per di più, il focoso giovane (destinato a morire l’11 febbraio 1877 a soli 43 anni) si fece fedele portatore di quelle stesse idee che avevano reso il fratello Francesco un eroe e un martire, mettendo sempre al primo posto della sua personale lotta i diritti dei poveri, e non i privilegi dei ricchi. Pochi anni prima della sua prematura scomparsa, divenne  portavoce delle idee marxiste e conseguentemente costretto a rendersi latitante.

Tratto da una conferenza di Silvia Bentivegna, discendente della famiglia patriottica dei Bentivegna, dedicata a Donna Teresa Cordova, madre dei fratelli Bentivegna (24 marzo 2012)

STEFANO BENTIVEGNA
GIUSEPPE BENTIVEGNA
GILBERTO BENTIVEGNA, FIGLIO DI FILIPPO