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Leopardi e la disperata passione amorosa per la sua “ Aspasia”

Giacomo Leopardi era deceduto da sette mesi, allorché Antonio Ranieri, il suo intimo amico, scrisse esplicitamente alla bella fiorentina Fanny Targioni Tozzetti da Napoli il 13 gennaio 1838: Aspasia siete voi, e voi lo sapete o dovreste saperlo. Ella, comunque, rispose  da Firenze ad Antonio Ranieri: “ Voi più di ogni altro sapete se io mai diedi la minima lusinga a quel povero uomo del Leo, e se il mio carattere è tale da prendersi gioco di un infelice, e di un bravo uomo come lui”. Il Canto “Aspasia”, che conclude l’omonimo Ciclo,  in effetti era dedicato proprio a Fanny Targioni Tozzetti, che aveva costituito a Firenze, fra l’estate del 1830 e il gennaio del 1833, l’impossibile ma testardo tormento amoroso di Leopardi, ma  Aspasia, che Leopardi celebrava, era  l’infamante nome dell’ etèra concubina di Pericle. La ventinovenne nobildonna Targione Tozzetti era ben nota nella Firenze bene dell’anno 1830. Madre di due bambine e moglie di un illustre medico dell’Archispedale,  l’amico poeta Alessandro Poerio,  che l’aveva presentata  a Leopardi poco dopo che il poeta era giunto a Firenze, il 10 maggio 1830, riguardo alle esagerate dicerie dei suoi diversi amanti, in tal modo  la descriveva al comune amico Antonio Ranieri:

Leopardi e Niccolini dicono essere ella non solo bellissima e cortese di modi, ma eccellente oltre al solito delle donne nella pittura, nelle lingue moderne ed in altri pregi. La Targioni […] è ormai fatta tutta letteratura e signoria. Dicesi che Carlo Torrigiani sia attualmente il suo favorito. Altri nominarono Luigi Mannelli. C’è pure chi pretende che Gherardo Lenzoni e il marchese Lucchesini di tempo in tempo facciano incursioni sull’antico dominio. Io non posso indurmi a credere di sì prudente donna così licenziose novelle e credo che de’ quattro amanti almeno due siano favolosi
 
Fanny Targioni Tozzetti
  Pur frequentando il salotto di Fanny, Leopardi, di cui la Targioni ammirava la figura di letterato, non poteva riporre alcuna speranza in un corrisposto amore o qualsiasi genere di attrazione. Era il periodo in cui le sue condizioni fisiche si mostravano  ancora più precarie. Si rifugiò, pertanto, in quel tormento estetico e travaglio letterario che costituiranno la premessa e l’ispirazione di quello che sarà , dopo la stagione della composizione dei suoi migliori idilli nel borgo natìo di Recanati, il Ciclo di Aspasia. Come rileva Francesco Florista, “nella finzione artistica in quel periodo fiorentino vita e arte, poetica e amore si compenetrano indissolubilmente”. Pertanto la sofferenza amorosa per una nobildonna fiorentina costituisce  la premessa e l’ispirazione per la produzione di cinque composizioni, composte tra il 1831 e il 1834, in cui il suo pessimismo, a parte il Canto della passione amorosa “Aspasia”,  si esprime con notevole valenza estetica  tra la componente distruttiva delle passioni, le pure illusioni, la tematica della “infinita vanità del tutto”,  l’inganno dell’amore e il soliloquio di “A se stesso”, drammatico invito ad abbandonare la vita, la speranza, i palpiti, a constatare l’insensatezza di tutte le cose e a disprezzare se stesso e il resto del mondo.
Conclude il Ciclo il Canto  Aspasia, scritto quando il poeta aveva ritrovato a Napoli una certa serenità iinteriore.  A tal riguardo Pietro Citati ricorda  che nei Pensieri Leopardi rivelava che la passione per la Targioni Tozzetti era stata per lui una “ grande esperienza di sé”;  e che “dopo quell’amore, aveva conosciuto i suoi simili, la natura delle passioni, la sua natura e il suo temperamento, la misura delle sue facoltà e forze, e quale luogo gli fosse destinato nel mondo. Adesso, ai suoi occhi la  vita  aveva un aspetto nuovo; e se fino ad allora era stata una cosa udita e immaginata, adesso era una cosa veduta. Forse era divenuto più potente  di prima: capace di usare sé stesso e gli altri”.   Nel Ciclo sono presenti  Il pensiero dominante, Consalvo, Amore e morte, A se stesso e  Aspasia, Canto d’amore scritto a Napoli nel 1834, quando le sofferenze di un’infatuazione amorosa erano ormai scemate e che può essere considerata l’unica poesia d’amore che Leopardi abbia scritto. Il Ciclo inizia, dunque, con Il pensiero dominante, composto a Firenze nel 1831, in cui il pensiero della donna amata si è talmente impadronito della mente del poeta per cui solo l’esperienza di  tale bene può rendere sopportabili le pene di un’arida esistenza umana. L’amore per una donna, che conosciamo essere Fanny, e solo per lei,  mitiga conseguentemente la realtà di un’esistenza senza senso. Si tratta, tuttavia,  di un amore platonico, immaginato che lo condurrà in alcune liriche  del Ciclo a interiorizzare l’amore quale estremo inganno interiore e associarlo  al desiderio della morte, unico approdo. Come rileva Pietro Citati, nel Pensiero dominante, che pur viene considerata  una poesia amorosa, non si parla mai di amore, né di amare, che invece riaffiorano nel Ciclo, soprattutto in Amore e morte. Eppure il pensiero dominante è per lei, Fanny Targioni Tozzetti, la quale gli diede la forza per superare, sia pure per poco tempo, le pulsioni di morte tramite il pensiero amoroso. Precedentemente Il poeta aveva anche  assunto le vesti di Consalvo, che in punto di morte chiede ed ottiene da Elvira un tanto sognato e desiderato bacio.    
Aspasia, invece,  ci si presenta agli occhi come un’immagine meravigliosa in appartamenti odorosi dei fiori di primavera, vestita con colori della bruna viola, il fianco reclinato sulle nitide pelle di un sofà, mentre stringe al seno i figli e li bacia sulle labbra, scoprendo il collo candido. Nel “Canto”, il tutto ha l’odore di un intenso profumo erotico, invenzione sensuale nella mente del poeta che ha davanti agli occhi la figura di Fanny Targioni Forgetti, il suo eros irreale. Leopardi avvolge la sua Aspasia in un’aura mitica, che gli permette di superare le lacrime, il dolore, il tormento, la pulsione di morte. Anzi, tutto confluisce in immagini poetiche grandiose, che richiamano anche una  scena della poesia classica virgiliana, specificamente l’amore di Didone per Enea, comunque raccolto nell’illusione di una crudele passione, di un ’amorosa idea di amore autodistruttivo che si era impossessato del poeta, il quale vi aveva costruito  un “sogno e palese errore”.  Ripercorrerlo assume la valenza  di una passione amorosa straziante ai limiti del delirio, ma scritta a Napoli, ormai lontano da quei tormenti fiorentini che lo avevano reso disperato, per cui ciò che rimane del  rancore  è racchiuso solo e tutto in quel nome: Aspasia.
Antonio Ranieri comunicava  a Fanny Targioni Forgetti la morte del poeta a Napoli il 14 giugno del 1837 con tali parole  “Mia cara Fanny, la specie di dolore ch’io sento non fu mai sentita da nessun uomo, perché mai non fu e mai più non sarà fra gli uomini un’amicizia uguale a quella che mi stringeva al mio adorato Leopardi. Il vòto immenso, infinito ch’io sento nel mio cuore non sarà potuto mai più compiere, perché degli ingegni simili a quello del Leopardi ne comparisce uno ogni tanti secoli sulla terra!”
Nel ventesimo secolo alcuni studiosi, tra cui Marcus de Rubris, hanno ritenuto che non fosse la Targioni l’ispiratrice del celebre il carteggio, in quanto il rapporto tra Leopardi e la donna proseguì in modo amichevole dopo il soggiorno fiorentino del poeta. Nella poesia Aspasia alcuni elementi rimanderebbero a una dimora diversa rispetto a quella della nobildonna, e probabilmente sotto lo pseudonimo di Aspasia si celerebbe la contessa Carlotta Lenzoni.

Bibliografia:

Francesco Florista- ” Cara Fanny, il dimenticar voi non è facile”- Le Muse- Pignataro Maggiore, gennaio-aprile 2006

Pietro Citati- Leopardi- Mondadori, 2010