
Il regista Roberto De Simone ( Napoli, 25 agosto 1933- Napoli, 6 aprile 2025), che si è rivelato una delle personalità più originali e feconde del teatro napoletano e italiano, portò in scena, in occasione del 200° anniversario della Repubblica Napoletana del 1799, un lavoro incentrato sulla figura di Eleonora Pimentel Fonseca, personaggio simbolo della Rivoluzione, con interprete principale Vanessa Redgrave nella parte di Eleonora.
La “Eleonora” di Roberto De Simone è parzialmente ispirata alla protagonista del libro “Cara Eleonora” di Maria Antonietta Macciocchi. Il personaggio della martire della Repubblica Napoletana del 1799 appare, nell’oratorio drammatico di Roberto De Simone, quale autentica “vittima sacrificale” del potere, ma nel contempo l’intellettuale indomita nemica della monarchia d’antico regime. Non solo.
La voce della Redgrave narra, infatti, le pagine più celebri delle opere di Tolstoj, Majakovskij, Schiller, Thomas Mann, Brecht e le lettere dei condannati a morte della Resistenza, il tutto intercalato dalla musica del Settecento di Cimarosa, Paisiello, Leo e Durante, “riveduta” dagli studenti della Bottega di Composizione del Conservatorio diretto dallo stesso De Simone. In piedi su una pedana la protagonista legge i brani, lenta e ieratica, per comunicate il prezzo della vita pagato per un ideale da tutti gli intellettuali liberi, che come lei, si sono battuti per i loro ideali in epoche diverse, alzando alta la loro voce contro ogni potere dittatoriale.
La bravura del regista Roberto De Simone è quella di evidenziare come i martiri della Repubblica Napoletana del 1799 assurgono a condanna di tutti i poteri assolutistici che si servono della pena di morte per sedare le opposizioni e far tacere gli intellettuali.
Trattasi, quindi, di uno spettacolo di respiro “europeo” prima che “napoletano”, un’opera teatrale che si può definire moderna per rendere omaggio a tutti i grandi della storia che hanno dato la loro vita per la libertà. Infatti Eleonora, ai suoi giudici che le chiedono di discolparsi, canta inneggiando alla libertà, all’uguaglianza e al popolo sovrano.
Uno dei momenti clou dell’oratorio teatrale, quello in cui il climax emotivo raggiunge alti livelli non poteva essere che il dialogo – scontro immaginato tra Eleonora e la regina Carolina, moglie di Ferdinando IV che la incalza: “ Il popolo, il millantato popolo Vi ignora, anzi Vi odia. Sentite come canta contro di Voi. Voi non avete mai parlato alla gente comune che non può comprendervi perché la vostra presunzione letteraria ignora le parole semplici che esso comprende e quelle parole siamo solo noi a conoscerle.”
Eleonora risponde fiera e sdegnata: “ E’ falso che voi conosciate le loro parole. L’ignaro popolo è ingannato da un’astuta ciarlatana. Se regnasse giustizia, Carolina, saresti tu davanti a me nella polvere perché sono io la tua Regina”. Con tali parole Eleonora De Fonseca Pimentel, nobile di rango e di animo, intende dire che lei aveva ardentemente desiderato che la plebe diventasse popolo, dedicando a tale aspirazione tanti scritti.
Emerge una regalità dello spirito che un giorno avrebbe trionfato, insieme agli irrinunciabili ideali di libertà, uguaglianza e democrazia repubblicana, principi fondamentali di tutti i popoli liberi.
Vicina alla fine, condannata alla forca, pur essendo un’aristocratica, nella finzione scenica di Roberto De Simone una “Eleonora” del 1999 scrive un’immaginaria lettera al figlioletto Francesco, morto all’età di sei mesi, gli stessi vissuti da quella fragile Repubblica Napoletana del 1799 che non ebbe agio di crescere. Gli scrive per comunicargli che, a duecento dalla sua morte, si vive in un “mondo di perfida regressione; il degrado del livello intellettuale, la paralisi della cultura, la supina accettazione dei delitti di regime, dei misfatti di una giustizia politicizzata, lo sfruttamento, la cieca avidità di guadagno, la decadenza della lealtà e della fede, sono una cattiva garanzia contro l’esplosione di un apocalisse che sarebbe la fine della civiltà” .
Eleonora, nel concludere la lettera al figlioletto, gli affida le parole di un operaio francese che nel febbraio 1944, poche ore prima della sua fucilazione, scrisse ai suoi con la speranza di non essere dimenticato, insieme ai suoi compagni che avevano trovato la morte.
Riecheggiano le ultime parole di Eleonora De Fonseca Pimentel pronunciate prima di morire: Forsan et haec olim meminisse iuvabit (Virgilio, Eneide, I, 203) (Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo.)