
Antonio Scialoja, nato a San Giovanni a Teduccio, fu deputato eletto nel collegio uninominale di Pozzuoli alle elezioni del 1848, durante la breve esperienza costituzionale del Parlamento delle due Sicilie tra il 1848 e il ‘49, ma soprattutto deputato per più legislature, sempre del collegio di Pozzuoli, ministro dell’importantissimo dicastero delle finanze in un anno cruciale quale fu il 1866 e fra i principali attori della vita politica dell’epoca.
L’autore che maggiormente lo influenzò fu Antonio Genovesi, le cui opere, come egli in seguito avrà a dire, gli ispirarono l’amore per “l’economia sociale” . Frutto dei suoi studi economico-filosofici fu la sua opera giovanile, pubblicata nel 1840: “Principi di economia sociale esposti in ordine ideologico”.
L’opera meravigliò il mondo scientifico, soprattutto tenendo conto che era stata scritta da un giovane di soli ventitré anni, a tal punto che alcuni sospettarono che dietro quel nome si celasse qualche altro illustre scrittore. Tale opera gli valse però anche la diffidenza del governo, il quale temeva che Scialoja potesse diffondere le idee liberali e costituzionali nel Regno.
Dopo la repressione del 1849, Antonio Scialoja venne condannato a nove anni di reclusione, ma, date le proteste delle nazioni liberali europee, Antonio Scialoja sarebbe stato liberato dopo tre anni di prigione, il 25 ottobre 1852, con esilio perpetuo dal Regno. Come altri, tra cui ricordiamo in particolare Luigi Settembrini, Antonio Scialoja denunciò i soprusi che dovevano subire i patrioti che reclamavano una costituzione liberale e delle riforme economiche. D’altronde Scialoja aveva rivestito già il ruolo importante di ministro dell’agricoltura e del commercio nel governo costituzionale del 1848.
Antonio Scialoja scrisse il 10 aprile 1851 una lettera dal carcere al noto politico ed economista inglese Richard Cobden, con cui, comunque, condivideva un rapporto epistolare, tra l’altro, sulle forme costituzionali di governo. Riponeva la speranza che la denuncia dell’iniquo sistema giudiziario del Regno potesse aiutarlo, fiducioso che un giorno avrebbe ottenuto l’agognata costituzione liberale.
“ Questa lettera- scriveva testualmente Scialoja- “è scritta dal fondo di una prigione di Stato, tra il timore di una sorpresa del custode e il cicaleccio di una moltitudine di detenuti di età e condizione diversa[…] io giaccio da 19 mesi in carcere, ed i magistrati non vogliono provvedere su la mia sorte, e negano di giudicarmi, scusandosi col dire che così vien loro imposto. Questo parrà strano ad un inglese. Ma dove non sono giurati, e dove i giudici sono amovibili, un magistrato non è altro che un semplice commissario, un servo stipendiato, un Bravo che invece dello stilo per immolarvi, adopra un articolo di legge secondo la volontà del padrone”.
Antonio Scialoja, memore dei proficui tempi di Carlo di Borbone, allorché l’intellettualità collaborava in maniera attiva e fattiva con il sovrano per le riforme nel Regno, rimpiangeva quei momenti storici e nel contempo lottava affinché avrebbe visto realizzate le riforme e conquistata una costituzione liberale.
Bibliografia:
V. Schiavo, La severa condanna del regime borbonico in una lettera inedita di Antonio Scialoja a Richard Cobden, in Rassegna storica del Risorgimento. Anno 1991. N° 3 pp. 319-321.